L’amministratore di condominio deve predisporre le misure di sicurezza idonee a evitare pericoli per chi lavora in condominio

23.09.2011 09:00

 

(25/07/2011)di Alessandro Gallucci,

L’amministratore di condominio deve predisporre tutti gli accorgimenti utili ad evitare che i dipendenti del condominio (leggasi portiere, portiere con sole mansioni di pulizia dell’edificio, ecc.) lavorino in un ambiente sicuro e privo di rischi. Diversamente, qualora si verificassero degli incidenti mortali o comunque nocivi per la salute dei lavoratori, potrebbe essere citato in giudizio per omicidio colposo o lesioni colpose.
 
Questo in sostanza il risultato cui è giunta la Corte di Cassazione penale con la sentenza n. 22239 dello scorso 1 giugno.
 
La fattispecie. Un addetto alle pulizie dipendente d’un condominio moriva precipitando rovinosamente dalle scale dell’edificio. Dai rilievi risultava che i parapetti fossero di un’altezza (86 cm) inferiore rispetto a quella minima prescritta dalla legge (1 m, si veda d.p.r. n. 547 del 1955). Nonostante ciò non era ben chiara l’effettiva causa della caduta del lavoratore (malore, suicidio). In ragione di questa mancanza di prove il giudice dell’udienza preliminare (GUP) cui era stato rimesso il caso decise di dichiarare il non doversi procedere “perché il fatto non costituisce reato” dell’amministratore che era stato imputato dell’omicidio colposo del portiere per non aver predisposto tutti gli accorgimenti utili ad evitare quell’incidente. Secondo il GUP, in sostanza, l’assenza di prove sul motivo reale dalla caduta faceva passare in secondo piano l’inosservanza delle norme poste a tutela della sicurezza dei lavoratori. Da qui il ricorso per Cassazione di questa sentenza da parte della persona offesa. Ricorso che ha trovato accoglimento.
 
Secondo la Corte regolatrice, infatti, “ il compito del datore di lavoro è molteplice e articolato, e va dalla istruzione dei lavoratori sui rischi di determinati lavori, e dalla necessità di adottare certe misure di sicurezza, alla predisposizione di queste misure. La prospettazione di una causa di esenzione da colpa che si richiami alla condotta imprudente altrui, non rileva allorché chi la invoca versa in re illicita, per non avere negligentemente impedito l'evento lesivo; giova ricordare al riguardo che le Sezioni Unite di questa Corte ebbero modo di precisare che il datore di lavoro ha il dovere di accertarsi che l'ambiente di lavoro abbia i requisiti di affidabilità e di legalità quanto a presidi antinfortunistici, idonei a realizzare la tutela del lavoratore, e di vigilare costantemente a che le condizioni di sicurezza siano mantenute per tutto il tempo in cui e' prestata l'opera (Sez. Un., n. 5 del 25/11/1998 Ud. - dep. 11/03/1999 - Rv. 212577). Tanto meno la causa esimente è invocabile, se la si pone alla base del proprio errore di valutazione, assumendo che il sinistro si è verificato non perché si sia tenuto un comportamento antigiuridico, ma sol perché vi sarebbe stata, da parte di altri soggetti, una condotta anomala ed inopinata; chi è responsabile della sicurezza del lavoro deve avere sensibilità tale da rendersi interprete, in via di prevedibilità, del comportamento altrui, così come condivisibilmente precisato nella giurisprudenza di legittimità: "In tema d'infortuni sul lavoro, il principio d'affidamento va contemperato con il principio di salvaguardia degli interessi del lavoratore "garantito" dal rispetto della normativa antinfortunistica; ne consegue che il datore di lavoro, garante dell'incolumità personale dei suoi dipendenti, è tenuto a valutare i rischi ed a prevenirli, e non può invocare a sua discolpa, in difetto della necessaria diligenza, prudenza e perizia, eventuali responsabilità altrui" (in termini, Sez. 4, n. 22622 del 29/04/2008 Ud. - dep. 05/06/2008 - Rv. 240161)” (Cass. pen. n. 22239/11). Per dirla semplicemente: in materia d’infortuni sul lavoro chi non fa il suo non va esente da colpa.
 

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Avv. Alessandro Gallucci

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