L’impugnazione della deliberazione condominiale va fatta con citazione e non con ricorso, forse!

09.08.2011 18:16

 

(17/05/2011)di Alessandro Gallucci,

 

L’ennesima sentenza delle Sezioni Unite in materia di condominio è giunta puntuale e come sempre accade in questi casi non passerà inosservata. Il riferimento è alla pronuncia n. 8491 dello scorso 14 aprile resa a seguito d’una richiesta d’intervento volto a risolvere il contrasto interpretativo sulla forma dell’atto introduttivo del giudizio d’impugnazione della deliberazione condominiale.
 
Due gli opposti schieramenti in campo:
 
1) da un lato chi propendeva per il ricorso, visto il contenuto letterale dell’art. 1137 c.c.;
 
2) dall’altro – questa era la posizione più recente divenuta ormai quasi maggioritaria, che partendo dal presupposto che il termine ricorso utilizzato nella succitata norma non avesse un significato tecnico – chi, invece, riteneva che il giudizio potesse essere introdotto tanto con ricorso che con citazione.
 
Le Sezioni Unite hanno sancito che " l'art. 1137 c.c., non disciplina la forma delle impugnazioni delle deliberazioni condominiali, che vanno pertanto proposte con citazione, in applicazione della regola dettata dall'art. 163 c.p.c." (Cass. SS.UU. 14 aprile 2011 n. 8491).
 
Per arrivare ad una simile conclusione, i supremi giudici hanno affermato che “ l'art. 1137 c.c., non disciplina la forma che deve assumere l'atto introduttivo dei giudizi di cui si tratta. Depone in questo senso, in primo luogo, la sedes materiae della disposizione, la quale è inserita in un contesto normativo - il codice civile - destinato alla configurazione dei diritti e all'apprestamento delle relative azioni sotto il profilo sostanziale dell'an e non anche sotto quello procedurale del quomodo: contesto normativo nel quale il termine "ricorso" è spesso utilizzato per indicare l'atto con cui si reagisce, eventualmente anche in sede stragiudiziale, alla lesione di un diritto. Proprio nell'ambito della disciplina del condominio, infatti, l'art. 1133 c.c., prevede la possibilità del "ricorso all'assemblea" contro i provvedimenti dell'amministratore, mentre la parola "citazione", nell'art. 1131 c.c., indica tutti gli atti con cui il condominio è "convenuto in giudizio", atti che ben possono avere la forma del ricorso, quando si verte in materie per le quali cose è disposto. Non è quindi significativo l'argomento lessicale, che viene ricavato dal testo dell'art. 1137 c.c., nel quale il termine "ricorso" è impiegato nel senso generico di istanza giudiziale, che si ha facoltà di proporre per ottenere l'annullamento delle deliberazioni contrarie alla legge o al regolamento di condominio.
 
Infatti la prescrizione del ricorso, come veste dell'atto introduttivo dei giudizi in determinate materie, è sempre accompagnata dalla fissazione di varie altre regole, intese in genere a delineare procedimenti caratterizzati da particolare snellezza e rapidità: regole che mancano del tutto con riguardo alle impugnazioni delle deliberazioni condominiali, per le quali non si dubita che siano soggette alle norme comuni di procedura. Ciò non solo corrobora la tesi del significato generico del termine "ricorso", come compare nell'art. 1137 c.c., ma fa cadere anche l'argomento relativo alle esigenze di celerità che la norma avrebbe inteso soddisfare: a questo fine risulta ininfluente che la causa sia promossa nell'una forma o nell'altra, se poi deve seguire il suo iter con il rito ordinario; nè rileva la diversità - sulla quale pure è stato posto l'accento - del sistema di fissazione della prima udienza, da parte del giudice invece che dell'attore, poichè eventuali manovre dilatorie di quest'ultimo possono essere efficacemente contrastate con il rimedio dell'an-ticipazione di cui all'art. 163 bis c.p.c., ma sono comunque già frustrate dalla prevista immediata esecutività delle deliberazioni condominiali, anche se impugnate.
 
Poichè dunque la norma in considerazione si limita a consentire ai dissenzienti e agli assenti di agire in giudizio, per contestare la conformità alla legge o al regolamento di condominio delle decisioni adottate dall'assemblea, ma nulla dispone in ordine alle relative modalità, queste vanno individuate alla stregua della generale previsione dell'art. 163 c.p.c., secondo cui "la domanda si propone mediante citazione". Si evita così anche la discrasia, cui la contraria opinione da luogo, tra le azioni di annullamento e quelle di nullità delle deliberazioni condominiali, in quanto unanimemente soltanto alle prime si ritiene applicabile l'art. 1137 c.c. (v., tra le altre, Cass. 19 marzo 2010 n. 6714), sicchè nei due casi le domande dovrebbero essere proposte in forme diverse, anche quando si impugna una stessa deliberazione e si deduce che è affetta da vizi che ne comportano sia la nullità sia l'annullamento. Si evita altresì la divergenza, sopra evidenziata, tra le soluzioni adottate a proposito delle condizioni richieste per la sanabilità dell'atto, quando si verte nella materia del condominio o nelle altre per le quali è prescritto il ricorso
” (Cass. ult. cit.).
 
Come dire: il testo normativo e motivi di coerenza interpreatitiva non possono non far giungere a questa conclusione.
 
Ciò che lascia perplessi, tuttavia, è il fatto che la stessa sentenza, in virtù del generale principio di conservazione degli atti (in materia processuale si veda l’art. 152 c.p.c.), non esclude a priori l’efficacia del ricorso quale atto utile ad impugnare la decisione dell’assemblea. In tal senso si legge in sentenza che “ la questione della conversione si pone in termini inversi rispetto a quelli in cui è stata finora affrontata: si tratta di stabilire se la domanda di annullamento di una deliberazione condominiale, proposta impropriamente con ricorso anzichè con citazione, possa essere ritenuta valida e se a questo fine sia sufficiente che entro i trenta giorni stabiliti dall'art. 1137 c.c., l'atto venga presentato al giudice, e non anche notificato. A entrambi i quesiti va data risposta affermativa, in quanto l'adozione della forma del ricorso non esclude l'idoneità al raggiungimento dello scopo di costituire il rapporto processuale, che sorge già mediante il tempestivo deposito in cancelleria, mentre estendere alla notificazione la necessità del rispetto del termine non risponde ad alcuno specifico e concreto interesse del convenuto, mentre grava l'attore di un incombente il cui inadempimento può non dipendere da una sua inerzia, ma dai tempi impiegati dall'ufficio giudiziario per la pronuncia del decreto di fissazione dell'udienza di comparizione” (Cass. SS.UU. 14 aprile 2011 n. 8491).
 
In sostanza: si deve impugnare con citazione ma chi usa lo strumento del ricorso non ha commesso un errore irreparabile.
 

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Avv. Alessandro Gallucci

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