Occupazione sine titulo della proprietà altrui e quantificazione economica del danno arrecato

08.08.2011 11:40

 

(03/05/2011)di Alessandro Gallucci,

 

Il diritto di proprietà, questo almeno è il concetto che si studia sui manuali di diritto privato, è un diritto così detto assoluto, ossia difendibile erga omnes. Si distingue dai diritti relativi (es. i crediti vantati verso il proprio debitore) poiché mentre questi ultimi riguardano un ben determinato rapporto giuridico, la relazione di proprietà comporta, nell’ambito dei limiti stabiliti dall’ordinamento, l’obbligo per tutti i consociati di non interferire con l’altrui esercizio del diritto.
 
In questo contesto il proprietario del bene, anch’egli entro i limiti stabiliti dall’ordinamento giuridico, ha diritto di usare il proprio bene immobile nel modo che ritiene più opportuno. Per assurdo, laddove ciò non fosse illecito, anche la demolizione non seguita da ricostruzione è possibile nella misura in cui soddisfi un interesse (nell’accezione comune del termine) del proprietario di quel bene.
 
Al di là delle estremizzazioni è chiaro che, solitamente, il titolare d’un diritto reale su un bene immobile per godere di quella proprietà avrà due possibilità:
 
a) disporne direttamente;
 
b) darla ad altri sotto varie forme (comodato, usufrutto, compravendita, locazione, ecc.)
 
Al di là delle ipotesi previste dalla legge nessuno può occupare un bene immobile altrui senza il suo consenso. Che cosa accade altrimenti? E’ evidente che il proprietario del summenzionato bene possa agire per chiedere in risarcimento del danno per quella che nel gergo è detta occupazione sine titulo. Una recente sentenza della Corte di Cassazione esplicita chiaramente il criterio di calcolo del danno, così come individuato accolto dalla sua stessa giurisprudenza. Si legge nella sentenza n. 5028 che in fattispecie “ concernenti occupazione senza titolo di un cespite immobiliare altrui, il danno per il proprietario usurpato è in re ipsa, ricollegandosi al semplice fatto della perdita della disponibilità del bene da parte del dominus ed alla impossibilità per costui di conseguire l'utilità anche solo potenzialmente ricavabile dal bene medesimo in relazione alla natura normalmente fruttifera di esso (v. da ultimo, Cass., Sez. 2, dell'8 marzo 2010, n. 5568; Cass., Sez. 3, dell'11 febbraio 2008, n. 3251; Cass., Sez. 3, dell'8 maggio 2006, n. 10498). La determinazione del risarcimento del danno ben può essere operata, in tali ipotesi, facendo riferimento al cosiddetto "danno figurativo" e, quindi, al valore locativo del cespite usurpato. Il fatto, poi, che il valore locativo sia stato individuato in una somma determinata non fa perdere all'obbligazione risarcitoria la sua natura di debito di valore, come tale suscettibile di rivalutazione monetaria, in quanto, mirando alla reintegrazione del patrimonio del danneggiato, la somma di denaro stabilita non rappresenta l'oggetto dell'obbligazione risarcitoria, ma solo un elemento di commisurazione del danno (v. Cass., Sez. 2, del 7 giugno 2001, n. 7692; Cass., Sez. 2, del 18 febbraio 1999, n. 1373)”.
 
In sostanza nella determinazione del danno gioca un ruolo fondamentale il canone locatizio che si ricaverebbe da quel bene.
 

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Avv. Alessandro Gallucci

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