Turbativa del diritto del professionista, lettera dell'amministratore con la quale si intima la rimozione della targa affissa senza autorizzazione.

09.08.2011 17:46

 

(12/05/2011)Suprema corte, Sez. II civ., sentenza 11/05/2011 n.10347

 

Qualora l'amministratore di condominio si rivolga a uno dei condomini sollecitandogli il rispetto delle leggi o del regolamento vigenti, non è configurabile atto di turbativa del diritto qualora egli abbia agito, secondo ragionevole interpretazione, nell'ambito dei poteri-doveri di cui agli artt. 1130 e 1133 c.c
 
Infatti a fronte di violazioni del regolamento ragionevolmente qualificabili in tal senso da parte dell'amministratore, questi ha il potere di adottare "provvedimenti obbligatori". (Nella specie la Corte ha accolto il ricorso contro la sentenza della Corte d'Appello di Genova che aveva bollato , come atto di turbativa del diritto, una lettera scritta dall’amministratore per la rimozione di una targa di un avvocato.)

Nella sentenza si legge:
 
“La Corte di Genova, nel considerare illecita ex art. 1170 c.c. l'iniziativa dell'amministratore volta a sollecitare il rispetto del divieto di collocazione, senza autorizzazione di targhe sulla facciata dell'edificio, ha tre volte leso questi principi.
 
Infatti: a) Ha escluso che in astratto il condominio potesse (prescindendo dall'infondatezza della pretesa e qualificandola come abusiva lesione del possesso) richiedere il rispetto del regolamento.
 
b) ha sostanzialmente vanificato il potere di cui all'art 1133 c.c., per la cui esplicazione non è necessaria una preventiva delibera assembleare
 
c) ha considerato senz'altro imputabile anche all'amministratore personalmente, e non solo nella qualità, la condotta qualificata come lesiva del possesso.
 
2.3) La motivazione posta a sostegno di tale qualificazione è vistosamente insufficiente. Secondo la Corte territoriale l'amministratore avrebbe potuto dar seguito alla sollecitazione raccolta nel verbale di assemblea solo (pag. 20) "in forme prudenti e giuridicamente adeguate.” Pertanto sarebbe stata ammissibile solo "una lettera contenente una mera segnalazione del problema costituito dalla collocazione della targa in luogo ritenuto non consentito".
 
Costituirebbe violazione del possesso una lettera di "ben chiaro contenuto precettivo", trasmessa per raccomandata e con determinazione di un tempo (dieci giorni) per l'adempimento, sebbene non fosse minacciata, alla scadenza del termine, alcuna attività esecutiva, né in seguito ciò fosse avvenuto nei giorni successivi alla scadenza stessa.
 
Orbene, appare evidente come in tal modo sia stata definita e giustificata abnormemente l'attività consentita tanto in via esecutiva dall'art. 1130 n.1 ultima parte, quanto dal disposto dell'art. 1133 c.c.
 
A fronte di violazioni del regolamento ragionevolmente qualificabili in tal senso da parte dell'amministratore, questi ha il potere di adottare "provvedimenti obbligatori".
 
Non solo il lessico giuridico corrente, ma anche la dottrina che si è occupata dell'argomento, insegnano che il provvedimento è atto autoritativo, contenente manifestazione di volontà. Sottolineano che l'obbligatorietà non significano esecutività. Tale previsione implica però che un provvedimento ex art 1133 ce deve, per essere tale, avere portata precettiva, il che richiede, tra l'altro, la fissazione di un termine, restando altrimenti un mero parere e non esercizio di poteri legittimamente attribuiti ali'amministratore.
 
Inoltre la previsione di impugnabilità ex art. 1137 comporta che il rimedio tipico contro un atto, in ipotesi illegittimo, riconducibile a tale qualificazione, sia l'impugnazione ex art. 1137 c.c., così implicitamente escludendo la configurabilità dell'azione possessoria quale reazione alla adozione, neppure seguita da esecuzione, del provvedimento ritenuto illegittimo. Nel caso di specie si badi che l'atto dell'amministratore non attingeva neppure la soglia del provvedimento precettivo: illogica è sul punto la motivazione della Corte d'appello, che trae, dalla forma della raccomandata e dalla fissazione di un termine, addirittura la ragione della qualificazione dell'atto quale turbativa del possesso, trascinandolo fuori dall'alveo dell'esercizio ragionevole delle funzioni dell'amministratore condominiale.
 
Basti, a tal fine aggiungere a quanto detto che dallo stesso resoconto della vicenda si apprende che la lettera della amministratrice si esprimeva in termini di invito (il termine è ripetuto più volte nella narrativa della sentenza) e non di ordine imperativo e/o minaccioso. La sentenza non spiega tuttavia per qual motivo un atto avente forma esplicita di invito sia qualificato come abusiva molestia. Superfluo è quindi soffermarsi sulla legittimità o meno del suddetto invito alla luce del regolamento di condominio. “
 

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