Circolare 13

02.02.2013 10:19

Santarcangelo 05/12/2012

 

Circolare Clienti n. 13    

Oggetto: Informativa sulle più importanti novita’ fiscali

 

Le spese di pubblicità e di rappresentanza in sintesi

Il trattamento fiscale delle spese di rappresentanza e pubblicità alla luce delle più recenti pronunce giurisprudenziali

Considerato che per ragioni di convenienza fiscale si tende a contabilizzare e, quindi, ad assimilare le spese di sponsorizzazione a quelle di pubblicità, continua a sussistere il dubbio se tali spese costituiscano una forma di pubblicità per l’impresa ovvero se, invece, rappresentino spese di rappresentanza.
Tale questione è stata, di recente, oggetto di diverse pronunce giurisprudenziali che hanno considerato le spese per sponsorizzazione quali spese di rappresentanza. E ciò una volta constatata l’assenza di un ragionevole legame tra l’attività dell’impresa sponsorizzante e la promozione posta inessere

 

Spese di rappresentanza

Come noto, a decorrere dal 2008 le spese di rappresentanza (così classificate in base al DM 19/11/2008) nell’ambito del reddito d’impresa sono deducibili nel periodo d’imposta di sostenimento nel rispetto del limite massimo rappresentato dalla percentuale dei ricavi/proventi della gestione caratteristica nelle seguenti misure:

  • 1,3% per i ricavi/proventi fino ad € 10 milioni;
  • 0,5% per la parte che eccede € 10 milioni e fino ad € 50 milioni;
  • 0,1% per la parte che eccede € 50 milioni.

Sono invece interamente deducibili, a prescindere dal predetto limite, le spese relative a beni di importo unitario non superiore a € 50.
Per le imprese di nuova costituzione è prevista la possibilità di dedurre i costi in esame nel primo periodo in cui sono conseguiti ricavi, fermo restando il rispetto del limite massimo deducibile calcolato applicando le percentuali sopra riportate.
L’applicazione di tali disposizioni comporta che, nel caso in cui le spese di albergo e ristorante sono classificate “spese di rappresentanza”, per individuare l’importo deducibile in sede di determinazione del reddito d’impresa è necessario applicare sia il limite previsto per le spese di albergo e ristorante (75%) sia il limite previsto per le spese di rappresentanza (importo risultante dall’applicazione delle percentuali sopra riportate.
 

Spese di pubblicità

Per i soggetti che operano in regime d’impresa è indispensabile differenziare le suddette spese di rappresentanza da quelle di pubblicità. In realtà, con il citato DM 19/11/2008 sono state definite unicamente le spese di rappresentanza ma non quelle di pubblicità; pertanto, non è facilmente individuabile una netta differenziazione tra le due tipologie di costi.
Tra queste, particolare rilevanza assumono le sponsorizzazioni, ossia quelle spese caratterizzate dall’esistenza di un rapporto sinallagmatico in base al quale:

  • lo sponsor si obbliga ad una prestazione in denaro o in natura;
  • il soggetto sponsorizzato si obbliga a pubblicizzare e propagandare il prodotto, i servizi, il marchio e l’attività svolta dallo sponsor.

Si pensi, ad esempio, al team sportivo o alla squadra che ha l’obbligo (per contratto) di esporre sulla divisa il marchio dello sponsor, o ai personaggi famosi che si obbligano a diffondere il nome dello sponsor durante lo svolgimento della propria attività.
Ne consegue, quindi, che l’unica vera differenza tra sponsorizzazione e pubblicità è che con la prima viene pubblicizzato non tanto il bene prodotto o il servizio reso dall’impresa, quanto piuttosto, in via generale, l’attività produttiva dello sponsor.
Sul punto, la recente giurisprudenza di legittimità e di merito (Cassazione, sentenza n.3433 del 05/03/2012, CTP Lecce sent. n.53/2012, Cassazione sent. n.6548/12, C.T. Reggio Emilia n. 116/4/12 del 18/09/2012) tende a ricondurre le spese di sponsorizzazione a quelle di pubblicità solo qualora le stesse siano (sotto il profilo logico) collegate ad un ritorno commerciale dall’attività sponsorizzata. In assenza di tale “ritorno sui ricavi” la giurisprudenza considera le spese per sponsorizzazioni quali spese di rappresentanza.
 

Come difendersi dai controlli

L’amministrazione finanziaria, attraverso la mera presunzione secondo cui ogni scelta imprenditoriale debba avere un “ritorno” in termini di ricavi, ribalta l’onere della prova in capo al contribuente; pertanto, quest’ultimo, qualora sia sottoposto ad una verifica potrà difendere la propria scelta di trattare fiscalmente le sponsorizzazione come spese di pubblicità; a tal fine, può rivelarsi utile:

  • documentare mediante contratti, accordi ecc. la sponsorizzazione effettuata, individuando in modo dettagliato le parti, l’oggetto della sponsorizzazione, i costi sostenuti o da sostenersi ecc.;
  • conservare tutti i documenti relativi alla pubblicità del marchio/prodotto/servizio (es. foto di eventi, striscioni, tabelloni e di magliette che riportino il nome dell’ azienda-sponsor, ovvero copia delle fatture per l’acquisto/produzione di tale materiale); documentazione questa che si rileverà particolarmente utile in una eventuale sede contenziosa;
  • motivare la scelta e l’importanza di una determinata pubblicità o sponsorizzazione per l’attività svolta dall’azienda, ad esempio soffermandosi sulla tipologia di clientela che dovrebbe essere coinvolta dalla sponsorizzazione; scelta questa di per se, insindacabile da parte del Fisco.

Apprendistato: al via gli sgravi

La necessità di dare impulso al contratto di apprendistato ha spinto il legislatore a interessarsi a più riprese – negli ultimi tempi – di tale istituto contrattuale.

La Legge di Stabilità dapprima (Legge n. 183 del 12.11.2011, art. 22, comma 1 e comma 2) e operativamente la circolare dell'Inps n.128 del 02 novembre 2012 prevedono rilevanti novità in tema di contratto di apprendistato con l'obiettivo che lo stesso strumento possa divenire mezzo principale per l'entrata dei giovani nel mondo del lavoro promuovendone quindi in ultima istanza l'occupazione.

In particolare la Legge di Stabilità 2012 prevede che i datori di lavoro con al massimo 9 dipendenti che decidono di assumere apprendisti dal 1° gennaio 2012 e fino al 31 dicembre 2016 godano di uno sgravio contributivo totale (100%) a proprio carico per i periodi contributivi maturati nei primi 3 anni di contratto (periodo che coincide generalmente con la durata massima del contratto di apprendistato stesso). Per i periodi contributivi maturati successivamente al 3° anno di contratto di apprendistato, si passa poi all’aliquota ordinaria prevista per l’apprendistato pari al 10%.
 Formazione per i lavoratori e per i datori di lavoro Responsabili del Servizio di Prevenzione e Protezione RSPP

 

la normativa sulla salute e sicurezza sul lavoro stabilisce che, indipendentemente dalla tipologia contrattuale applicata, entro il 31 dicembre 2012 i dipendenti, i preposti e i dirigenti debbano effettuare la formazione obbligatoria prevista dal T.U. sulla sicurezza (D.Lgs. 81/2008) sulla base della durata, dei contenuti minimi, delle modalità e aggiornamenti definiti dagli Accordi siglati in sede di Conferenza Stato, Regioni e Provincie Autonome di Trento e Bolzano il 21 dicembre 2011 e il 25 luglio 2012.

Tali accordi regolamentano anche la formazione dei datori di lavoro che intendono svolgere direttamente i compiti di Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP).

Il mancato assolvimento di tale obbligo per i lavoratori, preposti, dirigenti e per gli stessi datori di lavoro Responsabili del Servizio di Prevenzione e Protezione comporta l’applicazione di sanzioni pecuniarie di carattere penali.

Gli Accordi siglati in sede di Conferenza Stato-Regioni hanno dato piena attuazione alle previsioni contenute nel Testo Unico sulla sicurezza (D.Lgs n. 81/2008, artt. 34 e 37) inerenti l’obbligo formativo in materia di salute e sicurezza sul lavoro per i datori di lavoro che svolgono direttamente il ruolo di Responsabile del Servizio di Protezione e Prevenzione (RSPP) e per tutti i lavoratori.

Tali accordi (21/12/2001 e 25/07/2012) hanno definito la durata, i contenuti minimi, le modalità della formazione e di aggiornamento dei lavoratori e delle lavoratrici, dirigenti e preposti, indipendentemente dalla tipologia contrattuale applicata, e si differenziano in base al livello di rischio connesso all’attività svolta e classificata secondo i codici Ateco 2002 – 2007.

Le attività sono suddivise in tre livelli di rischio:

• Rischio Basso: uffici, servizi, commercio ingrosso e dettaglio, attività artigianali (carrozzerie, riparazione veicoli, lavanderie , parrucchieri, panificatori, pasticceri), alberghi, ristoranti, assicurazioni, immobiliari, informatica, associazioni ricreative, culturali, sportive;

• Rischio Medio: agricoltura, pesca, trasporti, magazzinaggi, comunicazioni, assistenza sociale non residenziale, pubblica amministrazione, istruzione (scuole);

• Rischio Alto: estrazioni minerali, altre industrie estrattive, costruzioni, industrie alimentari, tessili, abbigliamento, conciarie, cuoio, legno, carta, editoria, stampa, minerali non metalliferi, produzione e lavorazione metalli, fabbricazione macchine, apparecchi meccanici, fabbricazione macchine, apparecchi elettrici, elettronici, autoveicoli,mobili, produzione e distribuzione di energia elettrica, gas, acqua, smaltimento rifiuti, raffinerie, trattamento combustibili, industria chimica, fibre, gomma plastica, sanità (case di riposo).

Il datore di lavoro che intende svolgere direttamente i compiti di RSPP deve obbligatoriamente frequentare corsi di formazione il cui monte ore, determinato in base al settore di appartenenza e al livello di rischio, deve essere almeno pari a:

• 16 ore in presenza di rischio basso;

• 32 ore in presenza di rischio medio;

• 48 ore in presenza di rischio alto.

E’ previsto un ’aggiornamento con periodicità quinquennale della durata di:

• 6 ore in presenza di rischio basso;

• 10 ore in presenza di rischio medio;

• 14 ore in presenza di rischio alto.

In fase di prima applicazione non sono tenuti a frequentare i corsi coloro che possono far valere un percorso formativo svolto entro il 26 luglio 2012, sulla base di corsi approvati alla data del 26 gennaio 2012, o che alla data dell’11 gennaio 2012 possono dimostrare di avere già svolto una formazione sulla base di contenuti precedentemente vigenti (art. 3 D.M. 16/01/1997 e Accordo 26/01/2006).

In caso di inizio di nuova attività, il datore di lavoro che intende svolgere i compiti di RSPP deve completare il percorso formativo entro e non oltre 90 giorni dalla data di inizio.

I lavoratori appartenenti a tutti i settori di attività, compresi gli studi professionali, devono obbligatoriamente seguire:

• la formazione generale della durata minima di 4 ore riguardante concetti di rischio, danno, prevenzione, protezione, organizzazione della prevenzione aziendale, diritti e doveri e sanzioni, organi di vigilanza, controllo e assistenza;

• la formazione specifica il cui monte ore, determinato in base al settore di appartenenza e al livello di rischio, deve essere almeno pari a:

• 4 ore in presenza di rischio basso;

• 8 ore in presenza di rischio medio;

• 12 ore in presenza di rischio alto.

E’ previsto un aggiornamento con periodicità quinquennale della durata minima di 6 ore per tutti e tre i livelli di rischio riguardante approfondimenti giuridico – normativi, aggiornamenti sui rischi a cui sono esposti i lavoratori e aggiornamenti sull’organizzazione e la gestione della sicurezza in azienda.

I lavoratori nuovi assunti devono essere avviati ai rispettivi corsi di formazione:

• o anteriormente all’assunzione;

• o contestualmente all’assunzione;

• o entro e non oltre 60 giorni dall’assunzione.

In fase di prima applicazione non sono tenuti a frequentare i corsi i lavoratori in forza che abbiano frequentato corsi di formazione formalmente e documentalmente approvati alla data del 21/01/2012 e realizzati entro il 26/01/2013.

L’obbligo formativo per i lavoratori in forza per i quali il datore di lavoro non può dimostrare di aver fatto alcuna formazione in materia di salute e sicurezza, deve essere assolto il prima possibile e comunque non oltre il 26 dicembre 2012 (data di entrata in vigore dell’Accordo 21 dicembre 2011).

Le sanzioni previste in caso di inadempienza sono:

• arresto da 3 a 6 mesi o ammenda da euro 2.500 a 6.400 per la mancata formazione dei datori di lavoro RSPP;

• arresto da 2 a 4 mesi o ammenda da euro 1.200 a euro 5.200 per la mancata formazione dei lavoratori.

Dal 1° gennaio 2013 anche le attività che occupano fino a 10 lavoratori saranno obbligate alla valutazione dei rischi, a redigere il documento (DVR), alla formazione e alla sorveglianza sanitaria anche con un solo tirocinante, apprendista o collaboratore.

Tenuto conto dell’entità e del carattere pensale delle sanzioni, nonché dei controlli in corso, è opportuno non procrastinare ulteriormente la formazione dei dipendenti, preposti e dirigenti, né dei datori di lavoro Responsabili del Servizio di Protezione e Prevenzione

 La delega delle funzioni del responsabile della sicurezza

Art. 16 del D. Lgs. 81/2008 sulla delega delle funzioni dell'RSPP e testo unico sulla sicurezza TRATTO DA LA CIRCOLARE SETTIMANALE DEL LAVORO N. 13 del 23 Novembre 2012

Il tema della vigilanza sulla sicurezza nell’ ambiente lavorativo presenta particolare interesse; anche perché in passato si è discusso se una delega piena determinasse, da parte del datore di lavoro, il venir meno dell'obbligo di vigilanza e, soprattutto, se in ogni caso essa determinasse il permanere di una posizione di garanzia.

Pare che queste incertezze siano fugate dalla nuova normativa che recepisce opinioni condivise ed accreditate già nel passato sia in dottrina che in giurisprudenza. Va dunque ribadito che la delega di cui si discute non fa venir meno l'obbligo di vigilanza. Infatti, la delega di funzioni è ora disciplinata precipuamente dall'art. 16 del T.U. sulla sicurezza. Essa non è consentita per la valutazione dei rischi e l'elaborazione del documento sulla sicurezza, nonché per la designazione del responsabile del servizio di prevenzione e protezione dai rischi. Inoltre, la delega non esclude l'obbligo di vigilanza del datore di lavoro in ordine al corretto espletamento da parte del delegato delle funzioni trasferite.

Tuttavia, come il richiamato art. 16 chiarisce, si parla qui di una vigilanza "alta", che riguarda il corretto svolgimento delle proprie funzioni da parte del soggetto delegato; e che si attua anche attraverso i sistemi di verifica e controllo previsti dall'art. 30, comma 4, che a sua volta disciplina il modello di organizzazione e gestione idoneo ad avere efficacia esimente dalla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche. Tale rinvio costituisce una norma assai rilevante, che introduce nel sistema della responsabilità penale un importante frammento del sistema di responsabilità degli enti; e rende al contempo più chiara la reale natura dell'obbligo di vigilanza.

Ciò che maggiormente interessa è che la vigilanza, quale che ne sia l'esatta estensione, di certo non può identificarsi con un'azione di vigilanza sulla concreta, minuta conformazione delle singole lavorazioni che la legge affida, appunto, al garante. Se così non fosse, l'istituto della delega si svuoterebbe di qualsiasi significato. La delega ha senso se il delegante trasferisce incombenze proprie ad altri, cui demanda i pertinenti poteri: al delegato vengono trasferite le competenze afferenti alla gestione del rischio lavorativo. Ne consegue che l'obbligo di vigilanza del delegante è distinto da quello del delegato. Esso riguarda, come si è accennato, precipuamente la correttezza della complessiva gestione del rischio da parte del delegato medesimo e non impone il controllo, momento per momento, delle modalità di svolgimento delle lavorazioni.
 

Rassegna giurisprudenziale sulla delega di funzioni dell’RSPP

In caso di delega di funzioni, il dovere di vigilanza che, ai sensi dell'art. 16, comma 3, del D. Lgs. 81/2008, grava sul delegante riguarda la correttezza della complessiva gestione del rischio da parte del delegato e non impone il controllo delle modalità di svolgimento delle lavorazioni (Cass. pen., Sez. IV, 01/02/2012, n. 10702).

In caso di omicidio colposo addebitato a un preposto per infortunio occorso a un dipendente, l'ente datore di lavoro risponde come responsabile civile per un fatto altrui, in ragione non già di un nesso eziologico tra condotta ed evento dannoso, ma in forza della sola esistenza di un rapporto qualificato, caratterizzato dal fatto che un soggetto è chiamato a rispondere sul piano economico del fatto altrui, in forza di speciali rapporti che lo legano all'autore del reato, alla cosa a mezzo della quale esso è stato commesso ovvero al luogo nel cui ambito si è svolta l'attività criminosa.

In tali casi, la prova liberatoria, ove ammessa, non ha mai ad oggetto la mancata partecipazione all'azione criminosa, ma, con modulazioni diverse da caso a caso, l'impossibilità di impedirla, né costituisce prova liberatoria il conferimento della delega di funzioni al preposto, in quanto la delega di funzioni, di per sé, non comporta sempre e comunque l'esonero di responsabilità del datore di lavoro, essendogli, infatti, per esplicita indicazione normativa (contenuta ora nell' art. 16, comma 3, del D. Lgs. 81/2008, che ha recepito il pregresso consolidato orientamento giurisprudenziale), pur sempre imposto l'obbligo di vigilare costantemente sul delegato e, in particolare, ad esercitare un concreto controllo sul generale andamento della gestione dell'impresa e, in un tale ambito, anche sulle funzioni delegate, sì da poter provvedere, nel caso, in via sostitutiva, per far fronte al mancato o inidoneo esercizio della delega (Cass. pen., Sez. IV, 24/02/2011, n. 12027).

Come codificato nell'art. 16 del D. Lgs. 81/2008, perché una delega di funzioni abbia efficacia, è necessario che il suo rilascio sia provato in modo rigoroso, non potendo la stessa essere invece implicitamente presunta dalla ripartizione interna all'azienda dei compiti assegnati ai dipendenti o dalle dimensioni dell'impresa (Cass. pen., Sez. IV, 26/02/2010, n. 20592).

La delega di funzioni, spettanti e facenti carico al datore di lavoro, nei riguardi di terzi, disciplinata dall'art. art. 16 del D. Lgs. 81/2008, come modificato dall'art. 12 del D. Lgs. 106/2009, non può ritenersi implicitamente presunta dalla ripartizione interna all'azienda dei compiti assegnati ai dipendenti o dalle dimensioni dell'impresa (Cass. pen., Sez. IV, 05/02/2010, n. 7691).

 

Quando è obbligatorio nominare un amministratore di condominio?

L’art. 1129 del C.C. prevede la nomina dell’amministratore quando i condomini sono piu’ di quattro. La nomina è fatta dall'assemlea.

L’art. 1129 del C.C. prevede la nomina dell’amministratore quando i condomini sono piu’ di quattro.
L’amministratore viene nominato dall’assemblea e nel caso questa non vi provveda dall’autorità giudiziaria, su ricorso di uno o piu’ condomini.
La carica è annuale e puo’ essere confermata di anno in anno.
L’assemblea delibera, sia per la nomina che per la revoca dell’amministratore, in prima e seconda convocazione con la presenza di almeno 500 millesimi di proprietà e la maggioranza dei presenti (in ogni caso un terzo dei proprietari).
Su richiesta anche di un solo condomino può essere revocato dall’autorità giudiziaria nei seguenti casi:
• se non informa l’assemblea condominiale di una citazione o di un provvedimento giudiziario che esorbita dalle sue attribuzioni, come da art. 1131, ultimo comma, cod. civ.;
• se vi sono fondati sospetti di gravi irregolarità;
• se per due anni non ha reso il conto della sua gestione.
 

Nel disegno di Legge  AS71 approvato dal Senato il 21 novembre 2012 e che entrerà in vigore a sei mesi dalla pubblicazione In Gazzetta Ufficiale si prevede che la revoca senza giusta causa potra essere decisa in assemblea  a maggioranza ,  per "gravi iregolarità" come ad esempio :
- omessa convocazione dell'assempbea condominiale per il rendiconto annuiale
- la mancata  esecuzione delle delibere dell'assemblea
la mancata apertura e utilizzo di un conto corrente condominiale
- la gestione non trasparente delle entrate e uscite compresa la mancata fornitura della documentazione ai condomini che ne fanno richiesta
 - la mancata diligenza nelle azioni giudiziarie contro i condomini morosi

Quali sono i compiti dell’amministratore di un condominio?

L’amministratore di un condominio ha compiti esecutivi e di rappresentanza. Il codice Civile all’art 1130,1130 bis e 1131 attribuisce all’amministratore i seguenti compiti:

- eseguire le deliberazioni dell’assemblea dei condomini, convocarla annualmente per l'approvazione del rediconto condominiale prevista dall'art. 1130 bis;
- curare l’osservanza del regolamento di condominio
- disciplinare l’uso delle cose comuni e la prestazione dei servizi nell’interesse comune, in modo che ne sia assicurato il miglior godimento a tutti i condomini;
- riscuotere i contributi ed erogare le spese occorrenti per la manutenzione ordinaria delle parti comuni dell’edificio e per l’esercizio dei servizi comuni;
- compiere gli atti conservativi dei diritti inerenti alle parti comuni dell’edificio.
- Rendere annualmente conto della sua gestione ai condomini, presentare il bilancio consuntivo, preventivo e il piano di riparto. L’approvazione del bilancio consuntivo autorizza l’amministratore ad ottenere il decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo, nei confronti del condomino moroso; la richiesta va obbligatoriamente effettuata entro sei mesi dalla data del consuntivo.
- tenere una contabilità trasparente utilizzando un conto corrente condominiale  e mettere a disposizione dei condomini  i giustificativi di spesa
- eseguire gli adempimenti fiscali


All’amministratore spetta la Rappresentanza dei condomini nei limiti delle attribuzioni stabilite dalla legge o dei maggiori poteri conferitigli dal regolamento di condominio o dall’assemblea; può agire in giudizio sia contro i condomini sia contro i terzi.

L’ambito di applicazione del regime di solidarietà negli appalti/subappalti

Il presente intervento è dedicato all’analisi dell’ambito di applicazione dello specifico regime di solidarietà riguardante gli appalti.

Tale regime, introdotto dall’articolo 35 del Decreto Legge numero 223 del 4 luglio 2006, è stato oggetto di ben due interventi normativi nel corso del 2012.

In particolare, il Decreto Legge numero 16 del 2 marzo 2012 ha dapprima esteso il regime di responsabilità solidale anche al committente ampliando, inoltre, l’ambito di applicazione all’Iva dovuta sulla prestazione.  Successivamente, con l’articolo 13 bis del Decreto Legge numero 83 del 22 giugno 2012 (come convertito con modificazioni dalla Legge numero 134 del 7 agosto 2012), il Legislatore ha nuovamente modificato la disciplina, eliminando la responsabilità solidale in capo al committente e “ripristinando” per quest’ultimo la sanzione amministrativa in caso di inosservanza degli “obblighi di verifica”, già presente nella disciplina originaria del Decreto Legge numero 223 del 2006, abrogata nel 2008 dal Decreto Legge numero 97.

 Ambito di applicazione : il contratto d’appalto

L’ambito di applicazione del regime di solidarietà (per l’appaltante) e sanzionatorio (per il committente) presuppone che l’attività:

- rientri nell’ambito di un contratto di appalto o subappalto di opere o di servizi;

- sia rilevante ai fini Iva o, in ogni caso, relativa ad un contratto concluso da un soggetti Ires (società di capitali, enti commerciali e non, società ed enti non residenti) o da Stato, regioni, comuni ed altri enti indicati all’articolo 74 del Tuir.

 

Si precisa, inoltre, che sono escluse dalla disciplina le “stazioni appaltanti”, come definite nel “Codice dei contratti pubblici” (Decreto Legislativo numero163 del 12 aprile 2006).

Il primo requisito indicato è quello che ha creato maggiori difficoltà agli imprenditori, sia per le comprensibili ridotte competenze giuridiche possedute, sia per la difficoltà oggettiva di qualificare “nel concreto” i contratti conclusi, stante l’affinità del contratto di appalto con altri contratti tipici. Questo post è dedicato a chiarire la nozione giuridica di appalto e le differenze rispetto ad altre forme contrattuali.

L’appalto è definito dall’art. 1655 del codice civile come: “Il contratto col quale una parte assume, con organizzazione dei mezzi necessari e con gestione a proprio rischio, il compimento di una opera o di un servizio verso un corrispettivo in danaro”. La caratteristica distintiva dell’appalto è rappresentata dal fatto che l’appaltatore offre al proprio cliente (l’appaltante) un’organizzazione di mezzi, costituita da fattori produttivi materiali (attrezzature, materie prime, etc.) e dal lavoro, necessari per  realizzare un’opera o un servizio in base alla specifiche fornite dal cliente. Nell’appalto, quindi, il titolare dell’impresa può non intervenire nella realizzazione dell’opera o del servizio, limitandosi ad organizzare i mezzi necessari ed il lavoro dei suoi dipendenti. Un classico contratto di appalto è quello riguardante le impresa di pulizie.

Chiariti i tratti distintivi del contratto di appalto, è possibile distinguerlo:

- dal contratto d’opera, che si realizza, in base al disposto dell’articolo 2222 del codice civile: “Quando una persona si obbliga a compiere verso un corrispettivo un’opera o un servizio, con lavoro prevalentemente proprio e senza vincolo di subordinazione nei confronti del committente …”. In tale contratto il prestatore offre al proprio cliente il lavoro proprio, coadiuvato eventualmente da quello dei suoi familiari, e non il semplice coordinamento del lavoro dei propri lavoratori dipendenti. In detto contratto l’opera viene realizzata direttamente o in misura prevalentemente dal prestatore. Si pensi alle professioni intellettuali (dottore commercialista, avvocato, architetto, notaio, geometra, etc.) o ad altre prestazioni nelle quali le competenze del prestatore sono fondamentali (es. l’attività di un grafico o di un designer).

- dalla vendita di cosa futura, nella quale il venditore offre al cliente dei beni standard, che devono essere ancora prodotti, ma che non sono realizzati sulla base di specifiche fornite dal cliente, come avviene nel contratto di appalto. Un tipico contratto di vendita di cosa futura può essere rappresentato da quello con il quale il costruttore di una palazzina vende ai propri clienti, prima che il fabbricato sia realizzato, un appartamento.

- dal contratto di somministrazione, definito dall’articolo 1559 del codice civile, come “Il contratto con il quale una parte si obbliga, verso corrispettivo di un prezzo, a eseguire, a favore dell’altra, prestazioni periodiche o continuative di cose”. Tale contratto si distingue dall’appalto, sia per il carattere continuativo della prestazione, sia perché può riguardare solo la consegna di beni e non la realizzazione di un servizio. Rientrano nell’ambito della somministrazione i contratti di utenza (energia elettrica, etc.) o quelli con i quali si stabilisce che il fornitore consegnerà a scadenza prestabilite un certo ammontare di beni (es. le forniture di caffè ai bar).

La responsabilità solidale del Committente/Appaltatore nei contratti di appalto

Per i contratti d’appalto stipulati dal 12.8.2012 con pagamenti effettuati dall’11.10.2012, e’ stata istituita la responsabilita’ solidale del Committente (solo se avente una Partita Iva, non il privato) con l’appaltatore e eventuali suoi subappaltatori, nonche’ per l’appaltatore nei confronti dei suoi subappaltatori, per le ritenute Irpef dei dipendenti di quel cantiere e per l’Iva sulle fatture emesse per quel cantiere. In altre parole, per fare un esempio, l’appaltatore Tizio e’ responsabile solidale dell’Irpef e dell’Iva dovuta dal subappaltatore Caio inerente il cantiere subappaltato. Naturalmente nel limite del corrispettivo dovuto.

Sono escluse da questa normativa le stazioni appaltanti per appalti pubblici, di cui al D.Lvo 163/06.  A stabilirlo è stato l’articolo 13-ter del D.L. n. 83/2012 che ha modificato le originarie disposizioni contenute nell’art. 35 c. 28 DL 223/06.

Pertanto l’appaltatore deve, al momento di pagare il subappaltatore, premurarsi di avere tutta la sua documentazione attestante i regolari versamenti di Irpef ed Iva gia’ scaduti a quella data, altrimenti viene considerato responsabile in solido. Ha facolta’ inoltre di sospendere i pagamenti dovuti fino a che non abbia ricevuto la documentazione comprovante questa regolarita’ fiscale nei pagamenti.

E’ di immediata evidenza che questo obbligo appare di difficile se non impossibile applicazione, la norma pare scritta da chi non ha mai frequentato un cantiere di un’impresa di costruzione o ristrutturazione: il subappaltatore infatti spesso destina oggi due persone al cantiere A, domani le destina al cantiere B e domani l’altro destina altre persone, l’Iva magari ce l’ha a credito. E’ impossibile documentare queste circostanze.

Per fortuna ha fatto poi capolino un po’ di buon senso per cui e’ stata riconosciuta – Vedi Circ. Ag. Entrate n. 40/E dell’ 8.10.2012 – la possibilita’ per il subappaltatore di rilasciare all’appaltatore una Dichiarazione sostitutiva di atto di notorieta’ attestante la regolarita’ dei versamenti Irpef e Iva inerenti il cantiere.

Con questo documento firmato ’appaltatore (e il Committente se titolare di P. Iva) si libera dalla responsabilita’ solidale.

Nella Circ. 40/E l’Ag. Entrate ha finalmente ammesso la validita’ , in alternativa alle asseverazioni prestate dai CAF Imprese e dai professionisti abilitati, di una dichiarazione sostitutiva – resa ai sensi del DPR n. 445 del 2000 – con cui l’appaltatore/subappaltatore attesta l’avvenuto adempimento degli obblighi richiesti dalla disposizione.

Si ricorda che rientrano nella presente normativa anche gli appalti per le pulizie, per la mensa, per la manutenzione impianti elettrici, di condizionamento, caldaie, estintori, appalti per la logistica, magazzino, movimentazione merci, ecc.

Contenuto della dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorieta’

La dichiarazione sostitutiva deve:

- indicare il periodo nel quale l’IVA relativa alle fatture concernenti i lavori eseguiti è stata liquidata, specificando se dalla suddetta liquidazione è scaturito un versamento di imposta, ovvero se in relazione alle fatture oggetto del contratto è stato applicato il regime dell’IVA per cassa (articolo 7 del DL n. 185 del 2008) oppure la disciplina del reverse charge;

- indicare il periodo nel quale le ritenute sui redditi di lavoro dipendente sono state versate, mediante scomputo totale o parziale;

- riportare gli estremi del modello F24 con il quale i versamenti dell’IVA e delle ritenute non scomputate, totalmente o parzialmente, sono stati effettuati; questa indicazione e’ un po’ sibillina, riteniamo sia sufficiente indicare il mese e gli estremi dell’F24;

- contenere l’affermazione che l’IVA e le ritenute versate includono quelle riferibili al contratto di appalto/subappalto per il quale la dichiarazione viene resa.

Altra responsabilita’ solidale

Accanto alle previsioni normative sopra descritte, si ritiene opportuno ricordare che, in relazione ai soli appalti privati, convive nel nostro ordinamento un’altra disposizione in tema di responsabilità solidale negli appalti: l’art.29 del D.Lvo. n.276/03.

Tale previsione, modificata dalla recente Legge “Fornero” (art.4 c.31 della L. n.92/12) si affianca alla precedente ipotesi prevedendo altre responsabilità a carico del committente.

In particolare la responsabilità solidale riguarda sia il committente (imprenditore o datore di lavoro, dunque diverso dalla persona fisica privato), sia l’appaltatore sia il subappaltatore in relazioni alle retribuzioni, al TFR, ai contributi previdenziali e premi assicurativi dovuti ai lavoratori in relazione al periodo di esecuzione del contratto di appalto.

La responsabilità agisce nel limite temporale dei due anni dal termine dell’appalto e non riguarda le sanzioni civili, delle quali risponde solo il responsabile dell’inadempimento.

Studi professionali: intervalli ridotti tra due contratti a termine

Per gli studi professionali è sufficiente un mese tra due contratti di durata superiore ad un anno

E’ stato stipulato ieri 28 novembre 2012 un accordo tra le parti sociali che regola la riduzione degli intervalli temporali nella successione di contratti a tempo determinato negli studi professionali. Come da delega legislativa prevista dalla Riforma Fornero (Legge n. 92/2012 modificata dal DL Sviluppo (DL n. 83/2012)  in seguito alle indicazioni della Circolare n. 27/2012 del Ministero del Lavoro è previsto che tra un contratto a termine ed il successivo vanno osservati, invece degli intervalli ordinari (60 o 90 giorni), i termini ridotti a 20 giorni se il contratto a termine scaduto è di durata fino a sei mesi oppure di 30 giorni se il contratto superava i sei mesi di durata.

Pagamenti in ritardo, interessi di mora automatici per i contratti conclusi dal 2013

Scatteranno automaticamente gli interessi di mora per i pagamenti tardivi relativi a contratti conclusi dal 1° gennaio 2013

Il D. Lgs. n. 192/2012, di recepimento della Direttiva 2011/7/UE contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali, prevede che, per i contratti conclusi a partire dal 1° gennaio 2013, in caso di ritardo nei pagamenti oltre il termine di 30 giorni dalla scadenza, ovvero entro il maggior termine stabilito da contratto comunque non superiore a 60 giorni (salvo casi particolari), si applicheranno automaticamente gli interessi di mora, senza necessità di sollecito o preavviso di inadempimento da parte del creditore. La nuova disciplina riguarda tutti i pagamenti tra imprese ovvero tra imprese e pubbliche amministrazioni.

Fonte: fiscoetasse

 

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