Il dermatologo resta nel condominio anche se il regolamento vieta di destinare gli appartamenti a gabinetti di diagnosi e cura di malattie infettive o contagiose

22.09.2011 12:59

 

(07/07/2011)Corte di Cassazione Sez. II Civ. - Sent. del 30/06/2011, n. 14460

Si possono allontanare dal condomino gli studi medici che curano malattie infettive o contagiose. Ma questo divieto non vale per i dermatologi se il regolamento lascia intendere che le attività escluse sono solo quelle che presentano un carattere di oggettiva pericolosità.

Lo sottolinea la Cassazione che ricorda come «resta vietato di destinare gli appartamenti, i negozi e i locali deposito ad impianti commerciali pericolosi, ad uso sanatorio, di gabinetto di cura malattie infettive o contagiose, a scuola di musica, canto e ballo, a circoli ricreativi e politici»
(Nella specie i giudici di terzo grado hanno dato ragione ad un medico dermatologo che nei due gradi di giudizio precedenti si era visto negare il diritto a rimanere in un condominio. Per i giudici la sentenza impugnata non ha interpretato il regolamento condominiale ma si è persa a descrivere le competenze dermatologiche sbagliando ad assimilare l’attività svolta dal ricorrente con la conduzione, vietata dal regolamento condominiale, di un gabinetto di cura di malattie infettive e contagiose.)
 
Nella sentenza si legge:
 
ln tema di interpretazione del contratto - che costituisce operazione riservata al giudice di merito, le cui valutazioni sono censurabili in sede di legittimità soltanto per violazione dei canoni legali di ermeneutica contrattuale o per vizio di motivazione - ai fini della ricerca della comune intenzione dei contraenti, il principale strumento è rappresentato dal senso letterale delle parole e delle espressioni utilizzate nel contratto, il cui rilievo deve essere verificato alla luce dell’intero contesto contrattuale, sicché le singole clausole vanno considerate in correlazione tra loro, dovendo procedersi al loro coordinamento a norma dell’art. 1363 cod. civ. e dovendosi intendere per “senso letterale delle parole” tutta la formulazione letterale della dichiarazione negoziale. in ogni sua parte ed in ogni parola che la compone e non già in una parte soltanto, quale una singola clausola di un contratto composto di più clausole, dovendo il giudice collegare e raffrontare tra loro frasi e parole al fine di chiarirne il significato (v. fra le più recenti. Cass. nn. 4670109, 18180/07, 4176/07 e 28479/05).
 
Di qui l’erroneità dell’esegesi fissata esclusivamente su di una singola parola o frase, astratta dal resto della stessa o di altre clausole del contratto, cui pure deve applicarsi il medesimo canone interpretativo.
 
3.1.1. - Nell’impiego della tecnica ermeneutica basata sul contesto letterale dell’atto, occorre considerare, poi, che l’esatto significato lessicale delle espressioni adoperate può non corrispondere all’intenzione comune delle parti allorché i singoli vocaboli utilizzati possiedano un preciso significato tecncico - scientifico, che rimandi ad una branca dello scibile umano non necessariamente a conoscenza dei dichiaranti in tutte le sue implicazioni. Ne deriva che, salvo una precisa e comune volontà delle parti di rinviare a una certa valenza semantica propria di determinate nozioni specialistiche, l’interpretazione letterale deve essere contestualizzata in maniera da scontare una ragionevole approssimazione alla materia richiamata. Diversamente, ne risulterebbe vulnerata la stessa portata soggettiva del canone d’interpretazione letterale, in quanto l’espressione indagata non sarebbe più storicizzabile, ma risulterebbe sostituita da un dato oggettivo e astratto (e per di più potenzialmente mobile) dipendente non dalla comune intenzione delle parti, ma da fattori significanti ad esse sostanzialmente estranei.
 
Nello specifico la sentenza impugnata mostra di aver adoperato il canone ermeneutico dell’interpretazione letterale in maniera non conforme agli enunciati anzi detti, e di non aver motivato in modo sufficiente in ordine alla concreta destinazione dell’immobile ad un uso contrario alla regola condominiale, anch’essa insufficientemente indagata.
 
Infatti: a) non ha tenuto conto dell’intero contenuto della clausola di cui all’art. 6 del regolamento di condominio, di più ampio tenore, cosi come riportato dal ricorrente (”gli appartamenti degli edifici dovranno essere destinati ad uso abitazione, di ufficio o studio professionale, ivi compreso studi odontoiatrico e laboratorio odontotecnica” ” ‘è vietato adibire anche parzialmente gli appartamenti ad uso incompatibile con la loro destinazione o farne uso comunque contrario, alla tranquillità, alla sicurezza, all’igiene o al decoro dell’edificio” “resta pertanto espressamente vietato destinare gli appartamenti, i negozi e i locali deposito ad impianti commerciali pericolosi, ad uso sanatorio di gabinetto di cura di malattie infettive o contagiose, a scuola di musica, canto e ballo, a circoli ricreativi e politici, ma si è limitata a interpretare la sola espressione malattie infettive o contagiose”, tralasciando l’indagine sul restante contesto letterale; b) ha decontestualizzato il richiamo contenuto nel regolamento a nozioni di carattere medico, ricavando le proprie conclusioni unicamente dalla circostanza astratta che anche le malattie contagiose possono rientrare nell’ambito di competenza della dermatologia; e e) non ha accertato quale fosse l’effettiva destinazione dell’immobile, traendo quest’ultima non da un elemento di fatto concreto, ma solo dalla specializzazione medica di cui è in possesso il proprietario, dato vieppiù insufficiente in assenza di una complessiva interpretazione della clausola (che come detto parla di gabinetto di cura malattie infettive o contagiose”).
 
4. - Per quanto sopra, in accoglimento del ricorso la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Napoli, che deciderà la causa attenendosi ai principi anzi detti e provvedendo, altresì, a regolare le spese dei presente giudizio di cassazione.
 

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